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Scarchini di EnergRed tra fotovoltaico e nucleare

Giugno 9, 2026
Moreno Scarchini

Moreno Scarchini, CEO di EnergRed, riflette sui vantaggi concreti del fotovoltaico rispetto al nucleare.

In quanto partner di ricerca dei più importanti consessi accademici italiani in cui si dibattono questi temi rispettiamo l’impegno del Ministro Pichetto Fratin e comprendiamo le ragioni di una visione strategica di lungo periodo che includa anche il nucleare come possibile opzione. Ma il problema dell’energia in Italia è urgente oggi, non nel 2033. E le soluzioni sono alla portata di tutti.

Il fotovoltaico non è una promessa: è una realtà operativa, scalabile e – nei giusti modelli di finanziamento – a costo zero per le imprese. Solo sui tetti dei capannoni industriali italiani esistono circa 300 chilometri quadrati di superficie inutilizzata, capaci di ospitare fino a 30 GW di nuova capacità installata. Al ritmo attuale, a fine marzo 2026 l’Italia contava già 44,9 GW fotovoltaici installati e una crescita della produzione solare del 19% nel primo trimestre dell’anno. Il potenziale inespresso è enorme, e non richiede nuove leggi delega, iter parlamentari o decenni di sperimentazione.

Sono miliardi di euro di benefici netti nelle mani delle imprese, pronte a sostenere la competitività del nostro Paese: questa è politica industriale.

Il nucleare, nelle parole stesse del Ministro, potrà dare i primi kilowattora ‘verso il 2033-2034, ad essere ottimisti’. Nel frattempo, il fabbisogno energetico cresce, i prezzi restano elevati e le imprese italiane pagano l’energia molto più dei competitor europei e i rischi della nostra dipendenza da altri Paesi sono sempre maggiori. Possiamo permetterci di aspettare?

Il principio Nimby

C’è poi una questione concreta che nessuno affronta con franchezza: dove si costruiscono queste centrali? Il principio Nimby – ‘non nel mio cortile’ – è una costante nella storia energetica italiana, e non riguarda solo il nucleare. Ogni infrastruttura trova resistenze locali. Ma i pannelli sui tetti, i capannoni industriali trasformati in centrali diffuse, le comunità energetiche nei borghi: queste soluzioni non dividono i territori, li uniscono.

Senza parlare del fatto che la gestione delle scorie, anche se poche, richiede piani gestionali che vanno oltre il secolo e quindi un rischio che solo un soggetto pubblico sarebbe in grado di “maneggiare” in virtù di una prospettiva temporale “non industriale”.

Non siamo contrari al dibattito sul nucleare. Siamo contrari all’attesa come strategia. Professare la neutralità tecnologica significa soprattutto riconoscere che l’Italia ha irraggiamento solare tra i più alti d’Europa, ha milioni di tetti, ha società specializzate ed imprenditori pronti a investire. Usiamo quello che abbiamo, subito, senza aspettare ciò che forse arriverà fra dieci anni.

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